Università Cattolica del Sacro Cuore

Chiostri


Due chiostri quadrati uguali di sessanta metri di lato, l’uno dorico e l’altro jonico... tutta la fabbrica nel giro dei portici, dei corridoi, delle sale è simmetrica, perfetta e grandiosissima: continuò a completarsi sino al ’700, ma l’impostazione e il tracciato erano così perfetti e congegnati che tutti i continuatori ne dovettero seguire strettamente le direttive.

Intervento di Giovanni Muzio alla conferenza “Architetti e architetture in Lombardia”, a Venezia nel 1932; il discorso s’inserisce nell’ambito della Biennale di Venezia di quell’anno, in merito al progetto dei chiostri bramanteschi dell’antico cenobio cistercense.


Il progetto dei Chiostri (fig. 10) si inserisce in un pensiero unitario fin dalla sua prima concezione; l’idea di realizzare questo nucleo monumentale parte dall’ambizione di due personaggi storici rilevanti per la città di Milano: il cardinale Ascanio Sforza e il duca Ludovico il Moro. Viene scelto l’architetto Donato Bramante, che nel disegno iniziale aveva previsto quattro chiostri e che realizza anche un modello ligneo tra il 1497-98. La disposizione architettonica attuale si rifà al progetto bramantesco, ma è frutto di interventi perlopiù cinquecenteschi e seicenteschi. Probabilmente il rallentamento dei lavori al complesso monumentale avviato dal Bramante è dovuto alla caduta di Ludovico il Moro prima (1499) e alla morte di Ascanio Sforza poi (1505).

Infatti i lavori per il rinnovamento del Chiostro dorico si avviano nel 1562, con l’aggiunta di 11 colonne (figg. 11-12) nel lato del giardino grande. Il Seicento è invece caratterizzato da un acceso dibattito per il completamento dell’ala settentrionale del Chiostro ionico (figg. 13-14), al quale prende parte anche Carlo Maderno, architetto che realizzò la facciata della basilica di San Pietro. Nel secolo successivo il complesso del cenobio viene smantellato, per lasciar posto, alla fine del Settecento, all’insediamento di un ospedale militare a opera delle autorità napoleoniche. Giovanni Muzio pone mano al ripristino dei chiostri tra il 1931-1932; essi versano in cattive condizioni, date le contaminazioni accumulate nel tempo (fig. 16). Al primo ordine, infatti, erano state aggiunte delle ante e dei tramezzi arcuati, mentre al secondo ordine erano state chiuse molte finestre e altre manomesse per soddisfare la necessità di frazionare gli spazi dell’ospedale. L’architetto procede eliminando sovrastrutture, soffitti e tavolati, consolidando le murature e le arcate superiori, sostituendo per problemi di carico i peducci sopra le colonne con un nucleo di granito rivestito di cotto e riaprendo, nel secondo ordine, le nicchie rettangolari all’interno della scansione ad archi. Alla consegna del cenobio tre arcate del Chiostro dorico comparivano già restaurate. Muzio dunque interviene nella parte più delicata del monumento. Lo scopo primario per Muzio è quello di ripartire dal modello bramantesco, nell’ottica che il monumento già esistente detti la regola per l’intervento successivo.

La caratteristica di fondo che differenzia i due chiostri nella loro composizione e definizione è il capitello delle colonne. Quello dorico è il primo dei tre ordini della classicità, il più semplice nella sua conformazione architettonica. Il nome “dorico” deriva dalla popolazione dei Dori, dai quali avrebbe ereditato il carattere severo e monumentale. Il capitello dorico è semplice ed essenziale: è composto da una mensola su cui si sviluppa un blocco di trabeazione, caratterizzato dalle fasce inclinate dell’architrave, che in questo ordine sono due. Altri elementi sono il gocciolatoio della cornice piuttosto sporgente e l’elemento cubico che gli è sovrapposto.

Il capitello ionico invece mostra alla base due volute, ossia due forme ‘a spirale’ simili a due riccioli. Il disegno di questo capitello è molto preciso e ricercato e la sua eleganza rimanda alla figura femminile, più esile e raffinata del blocco massiccio dell’ordine dorico, che invece ha un’associazione più maschile (fig. 15). Le facciate del chiostro si articolano su un doppio ordine, cioè un piano inferiore e un altro superiore. Dal capitello parte l’arco a tutto sesto che poggia sulla colonna, a sua volta poggiante su di un piedistallo. L’articolazione ritmica di questi elementi architettonici permette di descrivere uno spazio fatto di campate con volte a crociera.

L’altezza dell’arcata è di 7,5 metri, ideata appositamente da Bramante per ospitare grandi stanze al di sopra, mense, biblioteche e celle per i monaci. Negli spazi triangolari che troviamo tra un’arcata e l’altra (i pennacchi), si inseriscono dei tondi chiamati oculi, caratteristici nel Rinascimento lombardo.

Nell’ordine superiore invece, su richiesta del committente si inserisce l’elemento finestra. Un’architettura che rimanda allo Spedale degli Innocenti realizzato a Firenze da Brunelleschi tra il 1419 e il 1455.


Approfondimento

Ascanio Maria Sforza: uno dei committenti dei chiostri bramanteschi, è stato un cardinale, figlio di Francesco Sforza duca di Milano e fratello di Ludovico il Moro. Si distinse per le sue capacità diplomatiche e, nonostante il rifiuto del Collegio dei Cardinali dell’investitura del Papa, divenne vescovo di Pavia nel 1479.

Ludovico Maria Sforza, detto il Moro: fu duca di Bari e duca di Milano dal 1480 al 1499. Sotto la sua reggenza, la città di Milano visse un momento di grande forza e splendore soprattutto dal punto di vista culturale, grazie alla presenza a corte di Leonardo e Bramante.

Donato Bramante: nasce a Fermignano, Stato di Urbino, nel 1444. Viene indirizzato alla pittura dal padre ma secondo quanto riporta il Vasari, si diletta anche in architettura e prospettiva. Giunse a Milano nel 1488 e vi rimase fino alla caduta di Ludovico il Moro nel 1499.

Sono anni floridi per la sua attività, grazie alla presenza di Leonardo da Vinci con il quale stringe amicizia presso la corte milanese. L’interesse prospettico di Bramante è riconoscibile nella chiesa milanese di Santa Maria presso San Satiro. Ai primi del Cinquecento si trasferisce a Roma, chiamato da Giulio II per nuovi progetti in Vaticano. Muore a Roma nel 1514.


 


English version


Cloisters


Two square identical cloisters, each side measuring sixty meters, one Doric and the other Ionic. The whole building with its colonnades, its corridors, its rooms is symmetric, perfect and extremely grand; it kept being improved up to the 18th century, but its planning and layout were so perfect and well devised that everyone who worked on it had to strictly follow such directives.

Speech by Giovanni Muzio at the conference “Architects and Architecture in Lombardy”, Venice 1932. This speech was to be included in the Venice Biennale of the same year, in regards to the project of Bramante’s Cloisters in the ancient Cistercian convent.


The Cloister Project (fig. 10) has been part of a unitary thought from the very beginning. The idea of creating this monumental body was the product of the ambition of two historical figures extremely relevant for the City of Milan: Cardinal Ascanius Sforza and Duke Ludovico Il Moro. They chose the architect Donato Bramante.

In his initial project, Bramante designed four cloisters and, between 1497 and 1498, he also made a wooden model of them. The current structure refers to Bramante’s project, but it is also the product of 15th and 16th centuries interventions.

The slowing down of the works on the monumental complex begun by Bramante might have been caused by Ludovico Il Moro’s fall first (1499) and by Ascanius Sforza’s death later (1505). The works for the refurbishment of the Doric Cloister began in 1562, with the addition of 11 columns on the side of the big garden. Characteristic of the 17th century, on the other hand, was the heated debate about the completion of the Western wing of the Doric Cloister (fig. 13-14), to which took part also Carlo Maderno, the architect who built the façade of St. Peter’s Basilica. At the end of the 18th century, Napoleon’s officials dismantled the convent complex to leave space for the building of a military hospital.

When Giovanni Muzio began the renovation of the cloisters, between 1931 and 1932, they were in dreadful conditions because of the cross-contaminations accumulated over the centuries (fig. 16). Shutters and arched partitions had been added to the first order, while in the second order several windows had been shut and some others had been altered to satisfy the need to subdivide the space of the hospital. The architect eliminated superstructures, ceilings and partition walls. Then, he consolidated the walls and the upper arches, substituting, because of load issues, the corbels above the columns with granite covered with brickwork and opening, in the second order, rectangular niches within the arch order.

When the convent was completed, three arches in the Doric Cloister had already been refurbished. Therefore, Muzio worked on the most delicate part of the monument. His main aim was to start from Bramante’s model, so that the existing monument dictated the rules for the following intervention.

The main difference between the two cloisters in terms of composition and definition is the capital of the columns. The Doric order is the first of the three classical orders and the most simple in its architectural form. The name “Doric” comes from the population of Dorians, from whom it supposedly inherited its serious and monumental character. The Doric capital is simple and essential: it is made of a simple shelf on which stands a trabeation block, characterized by the inclined strips of the architrave, which are two in this architectural order. Other elements are a rather protruding frame dripstone and the overlying cubic element.

The Ionic capital, on the other hand, has two volutes at its top, two spiral forms resembling two curls. The design of this capital is very precise and refined and its elegance reminds of the female figure, more slender and refined than the more masculine massive block of the Doric order (fig. 15).

The façades of the Cloister are organized on two levels. A pointed arch begins from the capital and leans on the column, placed on a pedestal. The rhythm of these architectural elements enables to describe a space made up of spans with cross vaults. The vaults, 7.5 meters high, were specifically devised by Bramante to house big rooms, refectories, libraries and monk cells. In the triangular spaces between one vault and the other (pendentives) are placed some tondos called oculi, typical of Lombard Renaissance.

In the upper order, on the other hand, there is a window, according to the commissioner’s request. This architecture recalls the Spedale degli Innocenzi, built by Brunelleschi in Florence between 1419 and 1455.

In depth

Ascanio Maria Sforza: one of the commissioners of Bramante’s cloisters; he was a Cardinal, son of Francesco Sforza, Duke of Milan, and brother of Ludovico Il Moro. He excelled for his diplomatic abilities, but, in spite of the fact that the College of Cardinals refused the Pope’s investiture, in 1479, he became Bishop of Pavia.

Ludovico Maria Sforza: known as Il Moro, was Duke of Bari and of Milan from 1480 to 1499. Under his reign, Milan lived a time of great prosperity especially from a cultural point of view, thanks to the presence at court of Leonardo and Bramante.

Donato Bramante: born in Fermignano, in the State of Urbino, in 1444, he was directed towards painting by his father, but, according to Vasari, he also enjoyed architecture and perspective. He came to Milan in 1488 and stayed there until Ludovico Il Moro’s fall in 1499. These are flourishing years for his work, thanks to Leonardo da Vinci with whom he established a friendship at Milan’s court. Bramante’s interest in perspective can be seen in Milan’s Church of S. Maria presso S. Satiro. At the beginning of the 16th century, he moved to Rome, summoned by Pope Julius II for new projects in the Vatican. He died in Rome in 1514.


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